Fabbricare Fiducia_Architettura #100 | Tutti diversi, tutti uguali? | Fabio Ciaravella

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Come immagini il mondo dell’architettura dopo l’attuale crisi virale?

 

Mi sembra che un tema del dialogo che si sta svolgendo sul covid 19 si divida tra chi sostiene che il coronavirus ci rende tutti uguali (posizione biologically based) e quella di chi dice che aumenta le disparità (socially based).
E’ un tema tipico del nostro tempo dove società, politica e natura s’intrecciano. E questo mi porta a vedere una terza prospettiva: ritengo cioè che proprio perché il ricco è uguale al povero sul piano biologico, quindi ugualmente attaccabile dal virus, la disparità si mostra più forte e significativa nelle sue implicazioni sociali.
Questa considerazione apre diversi scenari, di cui ritengo che quella ambientale, nel senso del contesto in cui si vive, sia quella prevalente e tra le più ricche di potenziale progresso. Mi spiego meglio.
L’unica cosa che possiamo veramente fare (noi che non siamo medici, infermieri, epidemiologi o altre professioni direttamente chiamate a risolvere problemi) è stare il più possibile lontani dagli altri per ridurre le condizioni di contagio.
Per stare lontano dagli altri, la scelta preventiva nelle popolazioni più “socievoli e un po’ disordinate” è di stare a casa (non è stato così ad esempio per il modello Corea del Sud).
Quindi il tema si sposta sul concetto di casa come ambiente di vita e di sopravvivenza personale e collettiva. Ed è proprio in questo passaggio che vengono al pettine nodi irrisolti dell’architettura contemporanea che il dopo covid19 dovrà risolvere per “costruire fiducia” in questo settore.
Considerata l’uguaglianza biologica, e di restrizioni cautelative, la casa in cui si ritira il ricco è diversa da quella del povero e ripete disparità tipologiche (ricchi in alto e poveri in basso, ricchi in villa e poveri in sobborgo sovraffolato) antiche, troppo antiche. Ritengo che ciò che di nuovo stiamo provando è che non sono solo i poveri a vivere in case inadeguate, ma una importante fetta della società ed in particolare quella urbana e rampante.
In questi anni, almeno gli ultimi 30, la città è stata l’unica vera prospettiva abitativa per una classe di lavoratori iperspecializzata che nel sistema di relazioni urbane trovava le condizioni per evolversi e realizzarsi. Le città non erano pronte, non si sono poste il problema in senso sociale e architettonico (almeno non dopo il dopoguerra) e la sovrappopolazione ha abbassato nettamente la qualità dell’abitare di ciascuno. Così mentre i migliori giovani architetti, urbanisti, designer inventavano grandi spazi per il futuro, gran parte di loro tornava la sera a casa in luoghi poco luminosi, piccoli, arrangiati, inadeguati. Questo principio ha avuto implicazioni sociali enormi nell’immagine del mondo e nella stessa prospettiva di futuro poiché si basa sulla negazione dell’esperienza del quotidiano come parametro di giudizio del valore dell’architettura.
Tra gli esiti più forti di questo mesmerismo la perdita di coscienza dei problemi più vicini, una negazione patologica dei problemi quotidiani e delle loro implicazioni sulla macroscala. Quando si è parlato di socially engaged architecture ci si è soprattutto riferiti a cosa il progetto può fare per il terzo mondo e nei paesi con problemi importanti ma lontani. Mai o troppo raramente ci si è concentrati sulle potenzialità e sull’urgenza di intervento nel quotidiano. Eravamo distratti dal lavoro dove passavamo gran parte della nostra giornata e quella perdita di senso della casa come rifugio diventava il placebo di una malattia cronica. Oggi è impossibile non guardare al problema in faccia. Milioni di persone sono costrette in abitazioni umilianti, delle quali avevano dimenticato l’inadeguatezza. Com’è stato possibile non vedere questa perdita di significato delle nostre azioni? Come pretendiamo di creare un mondo più abitabile se non partiamo dalle nostre vite?
L’architettura dovrà tornare a “reinventare il quotidiano” come tema concreto e simbolico, dovrà rafforzare la sua origine di “arte sociale”, dovrà usare tutte le conquiste civiche (come lo standard) per ricostruire una fiducia delle persone verso le sue potenzialità di migliorare la vita dei più e fare dello spazio uno strumento di democrazia.

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Fabio Ciaravella, artista e architetto. Fabio Ciaravella (1982) è artista e architetto, già fellow dell’Art, Culture and Technology program del MIT di Boston, insegna sociologia per l’architettura e sociologia urbana presso il DiDa dell’Università di Firenze dove tiene il modulo di Innovazione sociale e arte pubblica nel master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto e fa parte del LabSo Laboratorio Sociologico su Design, Architettura e Territorio. Focus della sua ricerca:le relazioni tra architettura, arte e scienze sociali campo che approfondisce sia nell’ambito accademico sia sperimentando applicazioni finalizzate a verificare le sue idee ed i percorsi di studio quotidiano. E’ direttore del progetto Architettura della Vergogna avviato a Matera come parte della Capitale Europea della Cultura. Ha fondato assieme a Vincenzo Fiore e Umberto Dana il collettivo di artisti Studio ++ con il quale ha esposto in Italia e all’estero, realizzando diversi interventi nello spazio pubblico tra cui il progetto Terzo Giardino sulle rive d’Arno a Firenze, oggi parco pubblico della città che avvicina i suoi abitanti al fiume e alla natura spontanea ricostruendo una nuova visione simbolica di Firenze dove cultura ambientale e impegno civico s’incontrano.

 

 

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Title: Fabbricare Fiducia_Architettura #100 | Tutti diversi, tutti uguali? | Fabio Ciaravella

Time: 27 aprile 2020
Category: Article
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